Mother Board – Cervelli italiani in fuga: una scelta o necessità?


Little Italy a New York City dopo la vittoria dei Mondiali di calcio del 2006 da parte della Nazionale Italiana

LA TERZA ONDATA MIGRATORIA ITALIANA – Prima parte

In Cina, dove vivo da circa cinque mesi, mi capita spesso, quando incontro amici italiani, di parlare del nostro Paese. C’è chi lo fa con nostalgia, rabbia, ammirazione, o con la paura a volte di non poterci più tornare. C’è anche chi rende l’Italia un luogo ideale, paradisiaco, mostrando di aver perso il contatto con il Paese reale.

Il nostro gruppo, composto da amici “emigrati” in Cina, è vario e ricco di storie diverse. Ci accomuna la giovane età, la voglia di emergere, quasi a voler dire “hai visto, ce l’ho fatta”. Sono felice di essere a Chongqing, centro pulsante della Cina Occidentale, probabilmente perché si è trattato più di una scelta, che di una necessità.

In effetti a Milano potevo cavarmela, tirare avanti, muovermi di contratto in contratto, e aspettare forse una ripresa economica che molti (forse troppi e in modo goffo ultimamente) prevedono. Purtroppo altri amici lo hanno fatto perché senza alternative, e non appena si è presentata l’occasione hanno preso un aereo. Dopo “solo” dodici ore di volo, sono atterrati in un luogo diverso, in cui si parla il dialetto locale, che ha regole, modi di vivere e tradizioni lontane un mondo dall’Italia. Chongqing è la Cina vera, quella remota, ancora difficile da penetrare. Chongqing può essere molto calorosa, ma anche un luogo glaciale.

Nel mondo dei media e della politica si è fatto avanti negli ultimi anni il termine “cervelli in fuga”. In ambito accademico, diversi ricercatori parlano di una “terza ondata migratoria italiana, agganciandola a dati reali e fenomeni storici. Essa rappresenta un fenomeno che si è sviluppato soprattutto a partire dall’anno in cui l’Italia ha visto il cambio forzato al vertice dell’esecutivo e il peggioramento dei parametri economici nazionali. La crescita economica, se già prima era debole, si è bloccata, portando l’Italia ad occupare gli ultimi posti delle classifiche europee.  A differenza delle precedenti, l’“ondata” in corso sarebbe composta in maggioranza da giovani, che decidono di liberarsi dai gangli asfissianti della società italiana e di recarsi all’estero per tentare la fortuna, lanciare la propria carriera e costruire un futuro che sia più vivibile e soddisfacente rispetto a quello grigio e bloccato in Italia. Essa è un fenomeno tuttavia complesso, che è ancora molto difficile etichettare e inquadrare. Un’ondata che, tuttavia, cresce, difficile da ignorare. Caratterizzata da tante sfumature, articolazioni, evoluzioni e storie di italiani che ce l’hanno fatta, oppure sono tornati, in sordina, nel nostro Paese. Nel mio piccolo, anche se da pochi mesi, faccio parte della terza ondata. La vedo crescere, cerco di capirla, essendo una goccia nell’immensa storia della diaspora italiana nel mondo. O forse dopo aver conseguito il PhD tornerò alla base, in un’Italia nuova, cambiata, con l’orizzonte espanso a Schengen, il nostro vero confine continentale. Chissà.

Alcuni dati possono aiutare i lettori a comprendere il problema. Negli ultimi sei anni, secondo i dati del “Rapporto ISTAT 2017 indicano un aumento del numero di italiani che ha deciso di trasferirsi all’estero: 115 mila nel 2016, un +12,6% rispetto al 2015. Sempre secondo l’ISTAT le principali mete di destinazione per gli emigrati di cittadinanza italiana nel 2016 si confermavano il Regno Unito (21,6%), la Germania (16,5%), la Svizzera (9,9%) e la Francia (9,5%). Nel 2017 sono cresciuti laureati italiani che hanno lasciato il Paese, circa 25mila nel 2016 (+9% sul 2015), anche se tra chi emigra restano più numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila, +11%).

L’elemento forse più preoccupante dei dati è quello del numero di laureati italiani che non fanno ritorno nel nostro Paese. Selezionando i migranti italiani con più di 24 anni, nel corso del 2016 si ottiene un saldo migratorio con l’estero di circa 54 mila unità, di cui circa 15 mila hanno almeno la laurea. La fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni (circa 38 mila unità in meno) e, tra questi, quasi il 30 per cento è in possesso di un titolo universitario o post-universitario. La giovane età di questi emigrati testimonia la difficoltà del Paese nel trattenere competenze e professionalità.  Il motivo della partenza può essere riscontrato nella scarsità di risorse offerte dal territorio italiano, delle opportunità lavorative, nella mancanza di innovazioni tecnologiche in ambito industriale, pubblico e privato. Nella sensazione di trovarsi in un mercato bloccato, sempre uguale, in un Paese che invecchia e in cui la politica guarda con bulimia agli interessi degli over 65, lasciando una intera generazione senza rappresentanza.

A breve saranno pubblicate la seconda e terza parte dell’articolo.

Mother Board from Chongqing