World Cities- “The New Urban Crisis”, recensione di Giacomo Biraghi

Ecco una recensione/riassunto di “The New Urban Crisis”, il nuovo del nostro Richard Florida.

L’ultima fatica di Richard Florida, “The New Urban Crisis”

Il libro è stra contemporaneo, in linea con i discorsi oggi in voga: la lotta al cosmopolitismo (vedi il discorso di Gentiloni a Rimini dell’altro giorno), il ritorno al locale, la divisione tra i nowhere (i nomadi globali accusati di tutti i difetti del mondo) e i somewhere (quelli radicati nel luogo, quelli che poverini hanno votato brexit e Trump perché c’erano quei cosmopoliti cattivi che non li hanno abbastanza ascoltati…).

In pratica divide il mondo tra Urbanottimisti e Urbanopessimisti.

I primi (un tempo c’era anche il nostro con gli amici Glaeser, Barber e Katz, ora si è schierato tra i pessimisti) pensano che le città siano ancora la migliore risposta a tutti i problemi del mondo.
I secondi, capitanati dal noto marxista Harvey, ritengono che invece le metropoli stiano attraversando una crisi globale che porterà il mondo a collassare (una nuova crisi molto peggiore della prima avvenuta negli anni settanta a causa della deindustrializzazione e il cd effetto ciambella, con i centri urbani svuotati e depressi).

Questa nuova crisi urbana (che porta Florida a scusarsi pubblicamente per aver cannato tutto con la teoria della creative class) viene descritta come generata da quattro fattori:

1. Il Gap incolmabile che si è generato tra le città definite “superstar” e tutte le altre (un nuovo indice sviluppato dal Martin Prosperity Institute, che mette insieme tanti indicatori delle cd global cities; purtroppo Milano non è in queste 25 città super: le prime 5 sono NY, Londra ,Tokyo, HK, Parigi);

2. La crisi che il successo stesso sta generando in queste metropoli superstar, una crisi che viene definita plutocratizzazione (una sorta di gentrificazione ai massimi livelli, con fasce della popolazione espulse dalle città sempre più care ed inaccessibili);

3. La scomparsa della classe media in forza di un aumento incontrollato delle ineguaglianze;

4. Lo stato di degrado della cd suburbia, un tempo luogo di stabilità e ricchezza, oggi coacervo di povertà e insicurezza.

L’autore del libro, Richard Florida- Credits Wikipedia

Florida infine esplicita una serie di soluzioni al problema della crisi urbana:

1. L’introduzione di una tassa fondiaria, sul modello di quella pensata da Ricardo: in questo modo si estrarrebbe il maggior valore generato dai processi di gentrificazione a vantaggio delle comunità locali;

2. Investire maggiormente in infrastrutture di trasporto su ferro (alta velocità o metropolitane), per rendere più accessibili i centri più sviluppati con le aree periferiche;

3. Abolire i sussidi ai proprietari di case (es. le detrazioni fiscali collegati ai mutui sulle prime case) e introdurre maggiori sgravi per gli affittuari;

4. Costringere le aziende a pagare di più i lavoratori nei servizi di base, anche attraverso l’aumento del salario minimo (come si fece negli anni sessanta con i lavoratori dell’industria);

5. Introdurre un reddito di cittadinanza o meglio un sistema di tassazione negativo per i redditi più bassi (una sorta di tassa al contrario, dove lo stato o il comune ti versa dei soldi sotto un certo livello di reddito).

Ovviamente io resto totalmente Urbanottimista e non mi capacito di questa conversione di Florida al partito della lotta allo sviluppo delle città.

Certo, ritiene anche lui che le soluzioni alla cd Crisi Urbana siano da trovarsi ancora una volta nelle città stesse (“se la crisi è urbana le soluzioni lo sono ancora di più”); ma il mio punto è che da una parte l’analisi non mi convince, anche se a volte supportata da splendide e inedite mappe e grafici (siamo sicuri che lo sviluppo delle città negli ultimi anni stia portano a tutti questi supposti effetti negativi, o invece è ancora presto per giudicare?); dall’altra proprio le soluzioni proposte sono deboli, vaghe e sotto sotto anti urbane (più volte Florida si contraddice esplicitamente cercando una scusa non richiesta nel sottolineare che NON sta intendendo nuove borboniche regole e limiti allo sviluppo urbano, ma in realtà eccome se le sta chiedendo).

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Il logo dell’Associazione “Secolo Urbano”, di cui Biraghi è fondatore

Resto ancora convinto insomma che non si debba far tornare l’orologio della storia ad un epoca malvagia che abbiamo imparato a dimenticare e avversare, un’epoca di piani regolatori, regolamenti e zonizzazioni tutte finalizzate a limitare lo sviluppo urbano, a scapito della libertà di fare, imprendere, pensare e realizzare.

Viva le città! Viva i grattacieli, le classi creative, i turisti, gli investimenti esteri, le startup (se vere…), i negozi, la vitalità delle nostre metropoli.

Solo lasciando libere le aree urbane di crescere nella loro ingenuità salveremo il mondo. Secondo me occorre ancora tempo, non cambiamo subito idea:)…

 Giacomo Biraghi per Vivere Liquido