China Politics- Le quattro scommesse per Xi Jinping nel 2017

Il 2017 sarà un anno determinante per capire l’evoluzione del paese più popoloso al mondo. Politica interna, economia e politica estera sono tutte condizionate da una instabilità dovuta a fattori interni ed esterni, prima fra tutti l’elezione di Trump, che potrebbero indirizzare il corso dell’amministrazione di Xi Jinping per il prossimo quinquennio. A questo riguardo, l’evento senza dubbio più importante del 2017 sarà il 19mo Congresso del Partito Comunista cinese che si terrà a Pechino tra ottobre e novembre. Questo appuntamento, che si tiene ogni cinque anni, segnerà lo stato della lotta di potere interna al partito che si sta combattendo sotto traccia dal 2012 – quando Xi Jinping divenne Segretario Generale – e determinerà la forza effettiva del segretario, impegnato fin dalla sua ascesa al potere a portare avanti un processo di centralizzazione che gli permetta di avere mano libera nelle riforme economiche. Per comprendere gli interessi in gioco nella politica interna cinese bisogna partire da tre elementi: l’appuntamento politico (il Congresso), il contesto e l’agenda politica di Xi Jinping. 

Credits Thierry Ehrmann, no changes made

Credits Thierry Ehrmann, no changes made

Innanzitutto, il Congresso è l’occasione in cui viene rinnovato il Comitato Centrale del partito e, soprattutto, il suo Politburo, al cui interno opera un Comitato permanente che racchiude gli uomini più potenti del partito. Il contesto va interpretato sulla base di quanto accaduto al momento della elezione di Xi a segretario generale durante il 18mo Congresso del 2012. Infatti, Xi Jinping era stato indicato come uomo del compromesso, assieme al numero due del partito e attuale premier Li Keqiang, fra le fazioni guidate dai leader dei due decenni precedenti, Jiang Zemin e Hu Jintao. Xi era entrato a far parte del Comitato permanente del Politburo già nel 2007 e le regole implicite che pongono un limite d’età per i membri a 67 anni indicavano già allora che lui e Li Keqiang sarebbero stati, dopo cinque anni, gli unici leader con requisiti anagrafici per essere riconfermati e, dunque, i nuovi leader del partito. Tuttavia, attualmente ci sono frequenti speculazioni sul fatto che Xi, ritenuto il leader più potente dai tempi di Deng Xiaoping, possa voler rompere la consuetudine in vigore dall’inizio degli anni ’90 che stabilisce un limite decennale al mandato da “paramount leader” cinese (Jiang Zemin 1992-2002; Hu Jintao 2002-2012; Xi Jinping 2012-2022?). Una volta al potere, Xi ha caratterizzato la propria azione politica accentrando su di sé il potere di definizione della politica economica – tradizionalmente appannaggio del premier, in questo caso Li Keqiang – e ha duramente attaccato le principali fazioni del partito attraverso una severissima campagna anti-corruzione che ha colpito uomini molto vicini sia a Jiang che a Hu. Allo stesso tempo, Xi ha cominciato a promuovere uomini a lui vicini con l’obiettivo di costruirsi una propria fazione formata da fedelissimi.

In occasione del Congresso di questo autunno si vedrà se Xi sarà riuscito a consolidare il suo potere nominando nel Comitato permanente del Politburo uomini fidati. Dalla composizione di questo organo – oggi composto da 7 persone, ma si parla di possibili riduzioni numeriche – emergeranno indicazioni anche sui possibili successori di Xi alla fine del secondo mandato quinquennale che comincia proprio col Congresso. Al di là dell’ipotesi di prosecuzione del mandato decennale, se il Congresso dovesse svolgersi secondo le modalità del Congresso di metà mandato dell’amministrazione precedente (17mo Congresso nel 2007, Hu Jintao era il Segretario Generale), all’interno del comitato permanente del Politburo che verrà eletto in autunno ci saranno coloro che rappresenteranno la leadership cinese della cosiddetta “sesta generazione” (2022-2032). I nomi più gettonati sono quelli dei capi del partito della municipalità di Chongqing (Sun Zhengcai) e della provincia del Guangdong (Hu Chunhua). Tuttavia, è possibile che Xi scelga qualcuno di più vicino a lui fra le figure di spicco attualmente al governo di una delle 31 province cinesi. Anche questa indicazione sarà un segnale dell’effettiva piena presa di potere di Xi.

Credits Lain Flickr Account

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La necessità di concentrare il potere è cruciale per il Segretario del PCC per poter avanzare riforme economiche che mettano in discussione le rendite economiche e politiche che si sono cristallizzate negli ultimi due decenni soprattutto attraverso le grandi imprese di stato. Tali aziende, però, sono affette da anni dal calo della profittabilità, dall’indebitamento e dall’eccesso di capacità produttiva e necessitano un piano di ristrutturazione e riduzione – con conseguenti costi politici e sociali, soprattutto a livello locale – che viene annunciato e poi rimandato ciclicamente. Riformare le aziende di stato è fondamentale per rilanciare un’economia in costante rallentamento rispetto ai tassi di crescita a doppia cifra degli scorsi decenni. Per mantenere le proprie promesse, Xi Jinping ha bisogno di una crescita media del 6,5% fino al 2021. Un eccessivo rallentamento potrebbe causare infatti un aumento del malcontento popolare, oggi silenziato dal miracolo della crescita economica avvenuta dalla fine degli anni’70.

Proteste di piazza sono invece pressoché certe nel 2017 a Hong Kong. Il 26 marzo, infatti, un comitato elettorale di 1200 persone eleggerà il nuovo Chief Executive dell’ex colonia britannica in un contesto di crescente critica al governo di Pechino e con sentimenti indipendentisti che hanno trovato consenso e legittimazione nelle elezioni del Consiglio legislativo (il parlamento locale) nel 2016. Fin dal 2014, quando Pechino propose una riforma elettorale considerata non sufficientemente democratica da coloro che scesero in piazza bloccando il centro per settimane, la tensione in città è andata rafforzandosi, culminando nell’espulsione di alcuni parlamentari radicali che si sono rifiutati di prestare giuramento a Pechino. In occasione delle elezioni di quest’anno si tireranno le somme degli ultimi tre anni e della capacità del governo cinese di gestire la situazione si capirà il futuro di Hong Kong.

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Credits U.S. Department of State

Nonostante ciò, Xi Jinping non avrà troppo tempo per lasciarsi distrarre dalle questioni interne. Infatti, dopo avere condotto la Cina fuori dai suoi canoni tradizionali di politica estera verso un atteggiamento più assertivo e più coinvolto nelle vicende globali, il presidente cinese si troverà a dover affrontare l’irrequietezza del neo presidente americano Trump. In campagna elettorale il presidente eletto ha più volto indicato la Cina come avversario economico, e, appena eletto, ha alzato i toni dello scontro anche attraverso segnali simbolici e significativi come la messa in discussione della “dottrina dell’unica Cina” – che prevede l’opposizione all’ipotesi della piena indipendenza formale di Taiwan – sulla quale si era fondata la riapertura delle relazioni diplomatiche negli anni ’70. L’obiettivo di Trump sembrerebbe essere quello di utilizzare una forte retorica di stampo reaganiano per poi poter strappare accordi economici favorevoli agli Stati Uniti. Vi sono dubbi, però, su una eventuale risposta accomodante da parte cinese. Quel che è certo è che l’elezione di Trump ha portato a un aumento della conflittualità, come dimostra il caso del drone marino americano “sequestrato” dai cinesi a metà dicembre.

Sembra dunque che una eventuale ri-negoziazione delle relazioni commerciali fra Cina e Stati Uniti passerà attraverso ripetute piccole crisi diplomatiche tra Pechino e Washington. Al centro degli interessi vi saranno anche i rapporti con gli alleati americani in Asia Orientale (Corea del Sud e Giappone) e il riequilibrio delle relazioni con i paesi ASEAN nel contesto delle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale. L’elezione di Trump, inoltre, con il suo dichiarato disimpegno in Medio Oriente, metterà la Cina di Xi Jinping di fronte a nuove sfide nella stabilizzazione regionale, portando a nuove responsabilità legate al peso crescente dei suoi interessi economici nel Mediterraneo e nei paesi arabi che potrebbero essere messi in pericolo da crisi locali. Adottare un approccio militare più attivo – all’interno della cornice del controterrorismo – è un rischio che la Cina dovrà valutare se affrontare anche in Asia Centrale, dove gli investimenti economici legati all’iniziativa di rilancio della Via della Seta (Belt and Road Initiative) corrono il pericolo di incontrare resistenze locali.

Il 2017, dunque, è un anno cruciale per la Cina. Al termine si scoprirà se il suo governo sarà riuscito finalmente a controllare tutte le leve del potere con l’obiettivo di condurre la transizione economica verso un modello più sostenibile sul lungo termine e se l’assertività di Xi a confronto con quella di Trump avrà condotto a un aumento o a una riduzione del disordine globale.

Filippo Fasulo, ISPI Research Fellow

Questo pezzo di Filippo Fasulo, ISPI Research Fellow, è uscito il 27 dicembre  2016 sul sito di ISPI Online, ed è scaricabile al link – http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-quattro-scommesse-xi-jinping-16161

E’ pubblicato su VL con il consenso dell’autore