Focus UE- Servirà il visto per Londra? Pensieri post-Brexit

Credits threefishsleeping Flickr account

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Da diversi mesi abbiamo appreso del voto del Regno Unito per uscire dall’Unione Europea. Per molti questa decisione è risultata incomprensibile, impulsiva, inaspettata. Ciò che sorprende ancora di più è che le stesse sensazioni sono state riscontrate in diverse interviste a elettori inglesi che avevano votato per uscire. In uno dei paesi più cosmopoliti al mondo, in cui Londra è da considerarsi una vera città internazionale, più che “l’avamposto dell’inglesità”, viene difficile capire perché sia stata presa una decisione del genere, da alcuni considerata addirittura antistorica. Ha quindi vinto la paura, il nazionalismo e l’estrema destra, in un Paese che sembrava andare in una direzione nettamente più progressista?

Quali saranno ora le conseguenze tangibili dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non ci è dato sapere con precisione. Né è facile immaginarsi come sarà prendere le prime misure per rendere la Gran Bretagna effettivamente “isola”, come espresso dall’elettorato. Lo sforzo immaginativo è reso ancora più difficile dal dover ragionare su come far regredire una situazione consolidata, che per molti è stata la normalità (pensare all’UE senza UK è come cercare di immaginare come sarebbe la nostra vita attuale senza il telefono, nessuno nell’ultimo decennio ne ha fatto a meno). Per quanto questo possa sembrare un paragone estremo, è in realtà ciò che l’Unione Europea e la Gran Bretagna si appresterebbero a fare: cancellare, o smussare, anni di trattative e aumentare le distanze in termini politici e economici. In sostanza, un taglio netto ai progressi ottenuti per tornare a una situazione passata e meno vantaggiosa per entrambe le parti. Nonostante però la scelta della Gran Bretagna abbia lasciato l’amaro in bocca ai paesi al di qua della Manica, si tratta di una decisione legittima di uno Stato sovrano, e in quanto tale andrà presa in considerazione e portata avanti fino alla fine per soddisfare i desideri del popolo. Ora si tratta solo di capire le esatte misure che questa azione causerà, e rimettere in discussione alcune libertà che finora venivano date per scontato.

Credits Mick Baker Flickr Account

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Un primo passo per avviarsi alla Brexit sarà la ridefinizione dell’accesso al mercato comune europeo. Questo implica che le due parti, Gran Bretagna e Unione Europea, possano limitare il commercio tra di loro, tendenzialmente riducendo i flussi commerciali. È previsto che per il primo anno il PIL inglese si contrarrà del 2% a causa della Brexit e della conseguente svalutazione della Sterlina. Questo sia a livello di economia reale, sia a livello di investimenti, poiché se la sterlina si svaluta i capitali iniziano a fuggire. È difficile ipotizzare che dopo la Brexit la Gran Bretagna riuscirà ad ottenere un accesso privilegiato al mercato unico (come fa ad esempio la Norvegia, un paese non membro dell’Unione). Diversi segnali, tuttavia, tra cui l’andamento della Sterlina nell’ultimo periodo, mostrano che la Gran Bretagna soffrirà di più dell’uscita dall’UE di quanto l’UE non soffrirà della Brexit, sebbene il passaggio sferrerà un colpo comunque non indolore all’Unione, anche solo in termini di credibilità. Quello inglese è infatti il primo caso di uscita di un Paese dalla UE. Un effetto domino, vale a dire che altri paesi si sentiranno in diritto di uscire dall’Unione più “a cuor leggero”, poiché la Storia avrà fornito un precedente, non è ancora da escludere. Solo la Storia mostrerà le conseguenze di questa decisione.

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Ora la Gran Bretagna deve anche gestire il malcontento interno per chi era un forte sostenitore del remain, in primis la Scozia, per la quale la vittoria del leave ha rappresentato uno schiaffo morale, se si considera che gli scozzesi avevano fatto uno sforzo di fiducia votando per restare nel Regno Unito, mostrando quindi buon senso, e scegliendo di far prevalere gli interessi della nazione intera, rispetto a quelli regionali. Gli scozzesi si sono quindi sentiti traditi dal voto per il leave, e il tema dell’uscita della Scozia dal Regno Unito è tornato in voga, e avrebbe come scopo il rientro nell’Unione Europea. Questo sostengono toni del primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, rispetto ai toni decisamente più duri di Theresa May, il primo ministro del Regno Unito, che si esprime a favore di una Brexit quanto più veloce. Theresa May, inoltre, nell’ultimo periodo sta mostrando un certo zelo nel rivedere le politiche di assunzione di manodopera straniera, sia qualificata che non.

Per questo il titolo dell’articolo, Servirà un visto per Londra?, da che ora suoni solo provocatorio, potrà diventare un reale interrogativo nel prossimo futuro.

Simone Rivetta per Vivere Liquido

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