Focus UE- Nuova Europa: valorizzare le diversità per evitare spinte centrifughe

Il processo di integrazione europea è iniziato nel secondo dopoguerra del secolo scorso e non si è ancora concluso. Ha subito nei decenni delle botte d’arresto e delle accellerazioni, ma mai come dopo il voto referendario di Londra è stato sotto scacco. E’ ora necessario, come ha sostenuto l’ex Primo Ministro Enrico Letta, agire subito o, in alternativa, “tra 16 mesi non ci sarà più l’Europa“. Dopo la Brexit, quale sarà quindi la nuova Unione Europea che andrà a costituirsi?

Il termine “Nuova Europa” è già stato utilizzato in passato, in particolare dall’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Donald Rumsfeld, quando, al culmine della tensione negli anni della guerra in Afghanistan e del pre-guerra in Iraq, Francia e Germania si opponevano a un intervento volto a detronizzare Saddam Hussein e a forzare un regime-change nel Paese Mediorientale. Rumsfeld, in risposta a una domanda di un giornalista olandese, il 22 gennaio 2003 definì Francia e Germania membri della “Vecchia Europa“, in contrapposizione a una “Nuova Europa”, composta in particolare dai Paese dell’Est e da quelli Baltici, che a differerenza dei primi supportavano l’intervento americano e si dichiaravano grandi alleati della potenza statunitense. Tuttavia, a distanza di tredici anni, il termine assume oggi un nuovo valore, poichè la “Brexit” ha rappresentato un punto di svolta storico nel processo di integrazione europea. Una Nuova Europa quindi potrebbe e anzi dovrebbe nascere nei prossimi mesi, più solida e con meno crepe al suo interno.

I diversi livelli di integrazione europea attuali/ Credits Wikipedia

I diversi livelli di integrazione europea attuali/ Credits Wikipedia- Figura 1

Rispetto agli anni di Rumsfeld il panorama è completamente mutato, sia per il Medio Oriente che per quanto riguarda soprattutto l’Unione Europea. Nel 2004 infatti si verificò il più grande allagamento nella storia della UE, con l’ingresso di ben 10 nuovi membri: 8 Stati dell’Europea centro-orientale più Cipro, Malta, popolati da  circa 75 milioni di persone con 10 nuove linguee. Un evento storico, che ha cambiato gli assetti interni europei e che, dopo l’annessione avvenuta nel 2007 di Romania e Bulgaria, ha di fatto riunito le due Europe della Guerra Fredda. Nel 2013 infine la Croazia permise all’Unione di estendersi maggiormente nei Balcani, dopo che la Slovenia aveva già aperto le porte della Penisola all’integrazione. Con Brexit tuttavia, il processo ha subito un forte stop, e per la prima volta negli ultimi tre decenni il numero dei membri è diminuto anzichè aumentare. Ora l’Unione conta 27 Stati Membri, 19 dei quali hanno deciso di addottare come propria moneta il tanto vituperato Euro.

Senza il Regno Unito l’Unione Europea perde circa 65 milioni di cittadini, ma soprattutto la sua seconda economia più forte, e un centro finanziario che ha pochi eguali per importanza al mondo. In miliardi di dollari il PIL britannico e di poco sotto i 3000 (quello italiano si ferma a 2147 miliardi, mentre quello della Germania, il più forte europeo, è di 3800). Con la perdita di Londra la svolta è epocale, perchè il Regno Unito ha rappresentato negli scorsi decessi un controaltare all’alleanza fondante dell’Unione, quella franco-tedesca. Nell’ultimo incontro avvenuto tra Merkel, Hollande e Renzi, a Berlino il 27 giugno scorso, i leader dei tre grandi Paesi rimasti (i tre maggiori sia nella UE che nell’Eurozona) si sono riuniti, cercando di affrontare il problema Brexit e creando, forse, una nuova alleanza (Germania, Francia e Italia sono anche tre dei sei Membri Fondatori dell’Unione, assieme a Olanda, Belgio e Lussemburgo). La Nuova Europa dovrebbe quindi partire da qui, per porre le basi di un’Europa con un forte nucleo centrale, che è quello di fatto dei Paesi che hanno adottato l’Euro come propria valuta, per condividere con una cerchia più esterna ed elastica altri elementi chiave dell’Unione, come l’accesso al mercato comune e a Schengen per esempio. Il nuovo “direttorio europeo”, come è stato definito da diverse testate, dovrà però coinvolgere maggiormente i Membri dell’Europa dell’Est, che già hanno un rappresentante di livello nelle Istituzioni Europee: Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, eletto nel 2014.

Germania, Francia e Italia dovranno fare di tutto per integrare il “Gruppo di Visegrad“, composto da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che nel caso del problema dell’immigrazione dal Nord Africa e dalla Siria negli ultimi anni ha fatto sentire la propria voce critica alla proposte avanzate dalla Commissione Juncker. Non si dovrà dimenticare neanche i membri del Consiglio Nordico, che comprende i Membri europei  Danimarca, Svezia e  Finlandia ( Norvegia e Islanda fanno parte invece dello Spazio economico europeo, accedendo così al mercato unico), nè i membri del Consiglio degli Stati del Mar Baltico, forse i più europeisti e al contempo i più preoccupati, assiema alla Finlandia, delle ultime mosse di Vladimir Putin, ma anche quelli che guardano spesso verso gli Stati Uniti, per un appoggio in funzione anti-russa. Infine, il coinvolgimento dell’Europa Mediterranea, che oltra a Italia e Francia comprende anche Spagna, Portogallo e Grecia, sarà cruciale per affrontare i problemi di politica estera e dell’immigrazione.

Tante e diverse realtà insomma, che il “Nuovo Direttorio” dovrà tenere insieme, cercando la mediazione e il compromesso per tenere uniti i 27: questa rimane ad oggi  la missione più importante, visto le numerose spinte centrifughe che minacciano l’Unione. La Nuova Europa nascerà solo valorizzando le differenze che la Vecchia Europa le porta in dote, ma integrandole maggiormente. La soluzione sarà quindi valorizzare i diversi gruppi di Stati Membri, distribuendo in modo accurato i dividendi del potere e inglobando i loro leader nel processo decisionale europeo.

Marco Bonaglia per Vivere Liquido

2 thoughts on “Focus UE- Nuova Europa: valorizzare le diversità per evitare spinte centrifughe

  1. Ottimo articolo sui rapporti tra UK e UE. La politica britannica ha sempre cercato di conservare i rapporti commerciali con il Commonwealth per poter importare prodotti alimentari a basso costo da Canada, Australia ecc ed esportare prodotti manifatturieri e industriali. Le normative europee invece, incentivano gli scambi tra paesi comunitari tassando l’import-export extra europeo. Le dispute su questi temi dal periodo De Gaulle al 1973 sono significative in tal senso. La UE andrà avanti anche senza il Regno Unito…basti pensare che nel secondo dopoguerra il PIL procapite britannico era tre volte quello di paesi cone Germania, Francia e Italia. Dopo il primo quinquennio della Ceca solo i tre quarti. Osserveremo i prossimi sviluppi senza paura e dall’alto di un gruppo di 27 stati.

    1. Grazie Marco per il commento, sono d’accordo con te, ci sarà un’Europa anche dopo Brexit, l’importante è però che gli Stati maggiori si diano una mossa a cambiare. Forza UE, spesso troppo bistrattata e critica, perchè non è parte di noi, è la dimensione naturale verso cui possiamo aspirare e con la quale siamo cresciuti. Senza Europa siamo deboli, soli e disorientati. Ma soprattutto è ora che i Governi Nazionali si prendano le loro responsabilità, che ammettano gli errori fatti, e che la smettano di scaricare le colpe sempre verso Bruxelles. Forza

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