Asian Liquids- Nagorno-Karabakh: una terra contesa nella Regione del Caucaso

La bandiera del Nagorno-Karabakh (sinistra) e la bandiera dell’Armenia Credits- Ale_speciale Flickr Account

La bandiera del Nagorno-Karabakh (sinistra) e la bandiera dell’Armenia
Credits- Ale_speciale Flickr Account

Lo scorso 5 Maggio il Governo Armeno ha compiuto una mossa diplomatica inaspettata e ha avviato il processo di riconoscimento formale dell’indipendenza del  Nagorno-Karabakh. Questa scelta, che pare mirata a mettere pressione nei confronti dei mediatori del cosiddetto Gruppo di Minsk, in particolare alla Russia, arriva dopo il rinfocarsi del conflitto Armeno Azero dello scorso mese, costato la vita a più di  150 persone.

Ripercorriamo insieme le principali tappe del conflitto e gli attori interessati.

Il Caucaso è una regione molto difficile da inquadrare. Geograficamente in Asia, culturalmente a metà strada fra la stessa e l’Europa, assume oggi sempre più un valore geopolitico rilevante per le grandi risorse energetiche ivi presenti, in particolare le enormi riserve di gas e petrolio in Azerbaijan e, più in generale, nella zona del Mar Caspio.

Esso è inoltre un vero e proprio coacervo di popoli, lingue ed etnie (Fig.1) che molto spesso non hanno trovato nel dipanarsi della storia un’adeguata demarcazione dei confini statuali. Questo è anche il caso del Nagorno Karabakh, un piccolo stato a grandissima maggioranza armena de facto indipendente dal 1992, quando, alla caduta dell’URSS, decise di non accettare di divenire parte della neonata Repubblica dell’Azerbaijan dando così inizio ad un sanguinoso conflitto Armeno-Azero che costò la vita ad oltre 30 000 persone e provocò la fuga di centinaia di migliaia di profughi nei paesi adiacenti. Nel 1994 Armenia, Nagorno Karabakh e Azerbaijan firmarono l’armistizio, ma, nonostante il cessate il fuoco, i numerosi processi di pace avviati a partire da quell’anno e guidati dal gruppo di Minsk (Russia, Francia, USA), comitato ad hoc formato nell’ambito dell’OCSE, non hanno mai portato ad una risoluzione vera e propria della diatriba che è tornata ad esplodere lo scorso 2 aprile quando forze Azere hanno attaccato truppe armene sulla linea di confine.

Credits- Wikipedia

Ritengo che in questi casi sia impossibile, oltre che epistologicamente sbagliato, fornire un unico nesso causa-effetto capace di spiegare appieno le ragioni del riemergere del conflitto; sicuramente gli ultimi due anni hanno visto una escalation di piccole “scaramucce” fra le parti, ma la prospettiva odierna di un conflitto a tutto campo ha trovato spiazzati molti osservatori internazionali.

Perché le sorti di una piccolissima fascia di terra come il Nagorno Karabakh, solamente 10.000 km2, assumono oggi una così grande importanza nel già complicato quadro globale? Quali sono gli interessi degli Stati direttamente coinvolti e degli attori più importanti della Regione?

Analizziamo in primis gli Stati al centro del conflitto.

L’Armenia è un piccola repubblica montuosa a prevalenza cristiana e la sua economia è stata per lungo tempo fondata sull’industria pesante di stampo sovietico (molto rilevanti erano le imprese legate al settore della difesa). Dopo il crollo dell’URSS il settore primario si è gradualmente modernizzato, ma il paese ha mantenuto comunque forti legami con la Russia che rimane infatti  il suo primo partner commerciale e da cui è ancora oggi fortemente dipendente; fa inoltre parte dell’Unione Economica Euroasiatica dal 2015 e ha firmato un patto ci cooperazione militare con Mosca nel 2010, garantendosi quindi l’aiuto di Putin in caso di guerra.

L’Azerbaijan è, invece, un stato a maggioranza islamica guidato sin dalla sua fondazione ufficiale nel 1991, in un modo che noi occidentali giudicheremo assolutamente dispotico, dalla famiglia Ayliev. Il primo presidente della neonata repubblica fu infatti Heydar Aliyev, già primo presidente del Politburo sovietico, alla cui morte è succeduto il figlio Ilham. Paese fortemente corrotto, la sua economia è essenzialmente basata sull’estrazione di gas e petrolio. È fondamentale segnalare come L’Azerbaijan sia culturalmente e storicamente legato alla Turchia ed in entrambi i paesi sono fortissimi i movimenti panturchistici. “Due Paesi, Una Nazione” è un motto azero estremamente diffuso.

Armenia e Azerbaijan non si sono mai amati ed i primissimi conflitti etnici risalgono infatti all’inizio del 900. La sostanziale sconfitta degli Azeri nella guerra degli anni ’90 ha però creato un desiderio di rivalsa mai sopito che, assieme alla difficile situazione azera causata dal basso prezzo globale di gas e petrolio, crea il perfetto mix per spingere Aliyev ad una ripresa delle ostilità. Va sottolineato che in tutti questi anni, la Russia, che pure dovrebbe in teoria svolgere un ruolo terzo da mediatore, ha continuato a fornire armamenti ad entrambi le parti, per mantenere un controllo sempre più stretto sull’Armenia e tentare di ridurre contemporaneamente l’influenza occidentale nell’Azerbaijan. Questo orientamento non cambierà, a detta di Medvedev, neppure nel prossimo futuro.

Spostando infatti la nostra attenzione agli attori “esterni” possiamo infatti notare come oggi Baku sia di fondamentale importanza sia per la Turchia che per l’Europa. Entrambi hanno infatti un forte desiderio di aumentare la propria sicurezza energetica differenziando quanto più possibile le fonti e proprio l’Azerbaijan è di basilare interesse per quello che la Commissione Europea definisce il “corridoio meridionale”, ovvero una serie di gasdotti e infrastrutture di rilevanza strategica che siano in grado di portare gas dall’area caucasica. Il progetto che negli ultimi anni ha preso maggior vigore, dopo il fallimento di Nabucco, è il SCP-TANAP-TAP(NOTA) che partendo proprio dall’Azerbaijan e attraversando Georgia e Turchia è previsto raggiunga le coste italiane in Puglia passando per Grecia ed Albania.

Appare chiaro come la Russia non guardi troppo favorevolmente un progetto di tale portata che causerebbe una forte perdita di influenza e di peso politico permettendo di far diminuire la dipendenza energetica di Europa e Turchia. I rapporti di Mosca con la patria di Ataturk sono già da tempo deteriorati a causa delle diverse strategie in Siria e le tensioni hanno raggiunto il loro apice nell’abbattimento di un jet russo, atto per cui Ankara non ha voluto mai porgere scuse ufficiali alla Russia; non è poi un caso che Erdogan stia tentando negli ultimi anni di ricucire buoni rapporti con Israele per riuscire a sfruttare importanti giacimenti di gas a largo della costa israeliana come Leviathan e Tamar.

A complicare ulteriormente un’analisi completa della regione non possiamo dimenticarci il ruolo rivestito dall’Iran che confina a nord sia con l’Azerbaijan che con L’Armenia. La repubblica islamica ha, al momento, buoni rapporti economici con Baku ma le loro relazioni sono storicamente altalenanti soprattutto perché l’Iran aveva tacitamente supportato l’Armenia durante i primi anni ’90 del secolo scorso; due vicini a cui è estremamente comodo collaborare, ma che al tempo stesso continuano a guardarsi con sospetto. L’Iran è conscio che la minoranza azera all’interno dei suoi confini potrebbe causare problemi se supportata direttamente da Baku e sa inoltre che i legami dell’Azerbaijan con Israele, nemico giurato dello Shia, sono molto forti benché non avvengano sempre alla luce del sole (nota) Allo stesso tempo, con l’eliminazione delle sanzioni internazionali è prioritario per Teheran creare accordi commerciali che possano favorire la crescita del paese.

Il Nagorno Karabakh ritorna dunque, dopo vent’anni, al centro della politica internazionale e non è facile comprendere come l’evoluzione del conflitto possa modificare i precari equilibri che si erano creati. Sicuramente nel mondo odierno dove tutti i fenomeni sono estremamente interconnessi anche “piccole” guerre come questa hanno una portata globale, ma l’importanza strategica e geopolitica dell’intera regione rende Il Nagorno Karabakh una pedina imprescindibile nel non più tanto velato scontro fra la Russia ed un’Occidente frammentato dove i particolarismi nazionali continuano ad esistere e trovano oggi sempre più forza. Tutto questo mentre la Cina rimane alla finestra ad osservare un conflitto il cui unico effetto certo sarà quello di indebolire i suoi “avversari” nell’arena Internazionale.
Vivere Liquido vi terrà aggiornati su ulteriori sviluppi.

Nicolò Calabro per Vivere Liquido

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