Evento ISPI: Crisi globali e priorità regionali, la svolta di Obama

Ieri ho assistito a un dibattito molto interessante all’ISPI. Qui potrete leggere il resoconto della serata.

INTRODUZIONE

Si è svolto questa sera a Palazzo Clerici un incontro di grande interesse dal titolo “Crisi globali e priorità regionali:la svolta asiatica di Obama,” durante il quale Andrea Carati, membro dell’ISPI e docente presso l’Università degli Studi di Milano, Marco del Corona, giornalista del Corriere della Sera e Luca Gori, diplomatico italiano e autore del volume dal titolo “L’America allo specchio” (Aracne editrice), hanno discusso del Pivot to Asia, il cambio di strategia geopolitica e geostrategica impresso da Obama negli ultimi anni, in discontinuità con le politiche di George W. Bush.

I relatori si sono concentrati in particolare nella descrizione dello scacchiere asiatico, il ruolo degli Stati Uniti nella Regione e i possibili sviluppi futuri di un maggior coinvolgimento statunitense in Asia-Pacifico, in un contesto globale incerto e caratterizzato dal fenomeno crescente della regionalizzazione del potere. La pubblicazione del volume di Gori ha rappresentato l’occasione per uno scambio di esperienze, considerazioni e previsione dei presenti, che nella cornice di Palazzo Clerici ha coinvolto i presenti per circa un’ora e mezzo.

PRIMA PARTE- GORI

Secondo Gori, il “Primo presidente del Pacifico” ha impresso un notevole cambiamento alla politica estera statunitense, in discontinuità con il repubblicano Bush. La Regione dell’Asia Pacifico, il “big game in town”, rappresenta infatti la vera priorità di politica estera, almeno nei piani iniziali di Obama, che ha cercato di sviluppare una nuova strategia asiatica in due momenti, principalmente nel 2009 e nel 2011.

Nel 2009 Obama, appena insediato nella Casa Bianca, secondo Gori ha deciso di imprimere una svolta per cinque ragioni: per compensare le mancanze di Bush nella Regione, per una ragione globale, cercando di ridefinire l’ordine internazionale dando più spazio alle potenze emergenti, per una ragione economica, essendo l’Asia il vero centro della crescita globale,per una ragione strategica, grazie alla presenza della Cina, e infine per una ragione biografica, essendo Obama un presidente atipico rispetto ai suoi predecessori, non facendo parte degli americani di estrazione europea e avendo vissuto in Indonesia durante la sua giovinezza. Queste motivazioni, sostiene Gori, sono rimaste valide anche per il 2011, anno del “Pivot to Asia”, con l’aggiunta di un elemento psicologico, dovuto alle evoluzioni compiute dagli USA soprattutto in Medio Oriente e allo stallo politico interno, ma soprattutto con il timore degli americani che il proprio paese non fosse più il leader incontrastato dell’ordine globale. “Il futuro degli USA è in Asia”, ha affermato Obama al discorso di Camberra del 2011, quando gli Stati Uniti erano giunti a interrogarsi sul proprio modello e ruolo di leadership internazionale. La soluzione proposta di Obama stava negli investimenti in Asia, ridefinendo le relazioni bilaterali esistenti e scommettendo su un riorientamento geostategico. Politica regionale e Grand strategy andavano quindi di par passo, sviluppandosi all’unisono nella Regione dell’Asia Pacifico. Gori riflettendo sui risultati di questa operazione storica parla di successi commerciali ed economici, ma anche di una parziale sconfitta in termini di Grand Strategy: gli USA infatti negli ultimi anni sono stati riassorbiti, in un vero e proprio “Pivot Back”, prima in Medio Oriente, a causa dei conflitti scaturiti durante l’”Autunno arabo”, e poi perfino in Europa da Vladimir Putin.

SECONDA PARTE- DEL CORONA

La seconda parte della conferenza ha visto l’intervento di Marco Del Corona, giornalista del Corriere della Sera che ha vissuto in prima persona le vicende asiatiche, avendo soggiornato a Beijing. Da “semplificatore” professionista, come si è autodefinito in quanto giornalista, Del Corona ha affrontato il tema della complessità asiatica attuale, e dell’esistenza di “Asie”, e non quindi di un’entità unica, tema che ha più volte riaffermato nel corso della conferenza. Gli Stati Uniti dovrebbero quindi variare le proprie politiche in base a quattro sottogruppi, composti da amici storici, come il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, l’elemento instabile della Corea del Nord, verso cui anche la Cina deve prestare attenzione, i partners riluttanti ma obbligati, come la Cina e la Russia, e infine i paese attendisti, come Vietnam e Indonesia. In generale però Del Corona ha sottolineato come la situazione attuale sia fluida e in mutamento, visto che anche gli alleati storici degli USA hanno visto negli ultimi anni dei cambiamenti al loro intero, dovuti in parte alla crescente forza del nazionalismo, dei populismi e del timore di una Cina assertiva. Il “gioco di specchi” che gli Stati Uniti dovranno mettere in campo in Asia, anche in seguito alle proposte cinese della recente Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali, è complicato e non privo di insidie. La Repubblica popolare cinese infatti risulta essere l’attore determinante, per la sua grandezza geografica, demografica ed economica, nella strategia avanzata da Obama.

LE RIFLESSIONI DI CARATI SULL’ORDINE UNIPOLARE ATTUALE

Il relatore è poi passato a sottolineare gli aspetti principali dell’attuale sistema internazionale, all’interno del quale si giocherà la partita asiatica di Obama. Un sistema caratterizzato da unilateralismo, che però crea ambiguità, sia per i suoi protagonisti, gli Stati Uniti, che per gli altri attori. Negli ultimi anni soprattutto sembra essere venuta meno la fiducia delle potenze regionali nel ruolo svolto dagli USA. Esse hanno subito la “sindrome dell’abbandono”, per cui si sentono incerte e autonome allo stesso tempo. Questo è avvenuto nel caso di Israele, per esempio, ma anche Giappone e Pakistan. Un’altra conseguenza dell’unilateralismo americano è la polarizzazione, in termini di politica estera, della politica americana. Ciò che sta al di fuori dei confini americani è molto meno prevedibile rispetto al passato, e quindi anche diversamente interpretabile. In questo modo manca la comunanza di interessi per i partiti, che si trovano ad agire diversamente, trascurando gli interessi nazionali.

CONCLUSIONI

L’incontro di questa sera si è concluso con tre domande del relatore ai due ospiti. Andrea Carati ha chiesto a Gori se la politica interna degli USA andasse ormai a influenzare in modo rimarchevole la politica estera americana, mentre con Del Corona si è soffermato sui processi politici in corso in Asia, domandando al giornalista se essi fossero stati influenzati dai cambiamenti avvenuti nel sistema internazionale attuale, molto più fluido rispetto al passato. Infine, come terzo quesito, Del Carati ha richiesto agli ospiti una riflessione sulla percezione dell’Occidente e del suo presunto declino, in Asia.

Gori, parlando di ordine ormai divenuto disordine, ha voluto sottolineare come oggi esistano ormai diversi ordini. A livello militare per esempio il primato statunitense appare ancora incontrastato, ma se parliamo di economia o di energia, le cose cambiano. É presente un multilateralismo economico e un’assenza di poli in ambito energetico. Del Corona, sostenendo che le diversità in Asia ci siano sempre state, e anche quando ci si sia trovati di fronte ad apparenti somiglianze, come in ambito politico per Cina e Vietnam, o in ambito linguistico, come per Malaysia e Indonesia, la realtà si è rivelata ben più complessa.

Entrambi i relatori, infine, parlando di declino dell’Occidente, hanno sostenuto che le nazioni asiatiche, e in particolare la Cina, abbiano sfruttato questo tema a livello di propaganda pubblica, facendo sì che, per la prima volta, il discorso pubblico e il discorso percepito fossero abbastanza concordi, vicini l’uno all’altro.